Breve nota poetica

 

Penso alla fotografia in termini musicali. La non-verbalità della musica, la sua natura immediata ed epifanica trovano piena corrispondenza nell’essenza della fotografia che per me non è linguaggio né interpretazione, poiché il suo materiale non è il pensiero ma la realtà stessa, il darsi qui e ora del reale nella sua potenza tautologica.

Nel contempo, in un apparente paradosso, l’immagine fotografica rimane aperta alle risonanze e agli echi dell’interpretazione configurandosi come simbolo aperto, metafora, enigma. Raffigurando al contempo il reale e la visione stessa del reale, la fotografia opera in un territorio intermedio tra spazio reale e spazio coscienziale, realtà e idealità, realtà e sogno.

Per questo non sono interessato tanto ai soggetti rappresentati quanto ad un’indagine sul rapporto coscienza-spazio nella fondamentale prospettiva della distanza, nell’enigma della vicinanza e della lontananza (Heidegger). Non si tratta di una chiusura nella dimensione privata né di una fuga dal proprio orizzonte storico, ma al contrario di un tentativo di accedere all'universalità dell'esperienza individuale. Penso infatti che la coscienza sia essenzialmente una e compatta attraverso la storia e che nello sguardo di un uomo convergano lo sguardo dell’uomo primitivo quanto quello dell’uomo futuro.

Ogni uomo e ogni donna, anzi ogni coscienza vivente, è dunque centro e punto di arrivo della storia nell'esperienza irripetibile di un presente eterno. La fotografia è testimonianza e contemplazione di questo presente, di questo tempo e luogo che si fanno singolarità richiamando a sè tutto il futuro e tutto il passato, ogni prossimità ed ogni lontananza. In questo senso l'istante fotografico è una finestra sull'infinito.


Sono alla ricerca di una misura percettiva e musicale. Fotografo a colori perché vedo una perfetta sintesi tra forma e colore: se forma e rapporti armonici traducono una spazialità in cui è ancora possibile riconoscere una relazione con le cose e tra le cose, il colore è invece l’elemento assoluto e imponderabile, ciò di cui nulla si può dire e nulla si può pensare.

Utilizzo la pellicola per il suo maggiore indice di realtà: poiché penso al visibile come emanazione di un invisibile “oltre”, mi piace pensare ad un “calco preso dal reale” (S. Sontag) oltre il quale l’invisibile continui misteriosamente a vivere.

Dunque il tema fondamentale della mia fotografia è il luogo non come oggetto di rappresentazione ma come spazio in cui l’essere umano vive l’enigma della propria determinazione spaziale e temporale, percependo se stesso come contemporaneamente limitato ed illimitato in una misteriosa equivalenza tra interno ed esterno, spazio oggettivo e spazio coscienziale. Nel coniugare questi due spazi e nella speranza di una condivisibilità la fotografia si fa estensione dello sguardo oltre i confini dell’individuo e dunque forma di trascendenza.

(Ottobre 2019)