Fotografia e realtà

Pur nel suo raffigurare qualcosa, nella sua natura apparentemente affermativa, ogni fotografia è in realtà una superficie oscura. Affermando il reale come apparenza, ogni immagine fotografica tradisce la natura illusoria della percezione stessa. Ogni fotografia sembra dirci: come questa superficie, anche la percezione diretta del reale è una forma di illusione. Il reale è dunque irraggiungibile perché non è altro che immagine, rappresentazione, contenuto della coscienza.


Il ragionamento opposto è ugualmente valido. Se accettiamo che il visibile non sia semplice illusione, ma emanazione ed estensione di un altrove situato al di là dell’io, allora nel visibile può celarsi la profondità di uno spazio inaccessibile e non pensabile. Di questo spazio ci resta soltanto un silenzio, la certezza non accertabile della sua presenza.

Guardare in questo spazio (o meglio, verso questo spazio, poiché è invisibile) è apertura di ogni strada, sospensione di ogni giudizio, accettazione di ogni possibilità, abbandono di ogni certezza, rinuncia ad ogni interpretazione. Anche il tempo, lo spazio, il linguaggio, la coscienza appaiono per quello che sono - non principi assoluti, ma intermediari e traduttori di un tessuto reale più profondo la cui essenza ci sfugge.

Tempo, spazio, linguaggio, coscienza, e tutte le leggi del quotidiano sono tuttavia le uniche dimensioni possibili in cui leggere i segni dell'eterno di cui il mondo visibile è non velo, ma emanazione.

Non possiamo, infatti, pensare l'invisibile; ogni tentativo di rappresentarlo col pensiero condurrà all'idolizzazione e all'astrazione. Possiamo solo avvertirne il silenzio, il profumo, l'assenza, averne un sospetto.

È forse così che il mondo chiuso dei pesi e delle misure tornerà ad essere una realtà aperta, incantata. L’unica via è l’assenza di una via (o compresenza di tutte le vie). Qualsiasi pensiero, tematica, percorso imposto alla realtà finirebbe per offrire risposte alle domande, soluzione agli enigmi, trasformandosi in ideologia e riportandoci in un mondo chiuso poiché già letto, interpretato, conosciuto.


Anche la metafora, il realismo simbolico e religioso, cesseranno di essere tentativi di significazione e affermazione del senso per divenire modalità di liberazione e non-delimitazione di ogni possibile senso; strumenti per lasciare che il senso fluisca liberamente al di fuori del principio di identità che, in un mondo chiuso, ci portava a dire con certezza che una cosa non è un’altra, consegnandoci un’immagine della realtà funzionale ma falsa.


Come la “teologia negativa” ci salva dalle false immagini di Dio dicendoci solo cosa Dio non è, forse l’unico modo per salvarci dalle false immagini della realtà è rinunciare a qualsiasi affermazione su di essa. È l’abbandono all’immenso spazio vuoto di ciò che non vediamo ma sappiamo esistere al di là della coscienza. In questo spazio vuoto l’apparire di ogni immagine, di ogni cosa, si presenta come dono e miracolo. L’immagine non viene cercata, ma accolta.

Rinunciare agli idoli della mente può restituirci l’incanto del mondo. Per questo vorrei far nascere le mie immagini da ciò che non ho cercato: un’oscurità, un buio, una dimenticanza. Portali, aperture, recinzioni si trovano sulla soglia di ciò che non possiamo pensare né raggiungere, ma solo oscuramente contemplare. Tutto è apparizione, messaggio di un oltre che so esistere, e che solo nelle forme instabili ed effimere del mondo mi è dato apprezzare.

(Novembre 2019 - Marzo 2020)