Mistero della distanza

"La natura delle cose ama celarsi" (Eraclito)

Grande enigma: se la fotografia sia un movimento verso le cose stesse, o solo verso il loro apparire. Ma la percezione del reale è già in sé una forma di apparenza. In questo senso le cose stanno eternamente fuori; vediamo solo ombre e riflessi.


Dunque, più che parlarci delle cose, è possibile che la fotografia riconosca e registri lo spazio, la distanza che intercorre tra noi e la realtà. Distanza spaziale e psichica. Distanza che è relazione con le cose, e quindi espressione di un dinamismo, una vitalità, una profondità nel rapporto tra noi e il mondo.

Anche per questo la cosa fotografata è spesso più interessante della cosa vista. Non è l’oggetto della rappresentazione a generare il moto affettivo, ma l’aura della sua messa a distanza, della sua profondità spaziale enigmaticamente fissata su una superficie. Di qui l’importanza della forma, della dimensione estetica, dei rapporti armonici, custodi del mistero della spazialità.

Noi e gli altri, noi e il mondo: necessarie contrapposizioni al cuore del principio di relazione che è il fondamento della vita. La coscienza deve compiere un movimento verso l’esterno se non vuole soffocare. La coscienza deve impregnarsi di mondo; pur non essendo mondo, si fa attraversare dal mondo che si manifesta come apparizione visibile. Il soggetto infatti non sarebbe nulla se fosse tagliato fuori dal mondo che continuamente lo riempie e l’attraversa. Per la coscienza anche il vuoto è una forma di pienezza. Dove sono dunque i limiti della coscienza?

Anche in una fotografia, in apparenza immobile ed inscritta nei propri confini, il reale continua a vivere oltre i confini dell’inquadratura. E se il visibile non è cieca illusione della percezione, ma emanazione di qualcosa che sta dall’altra parte, il reale continua a vivere oltre la stessa superficie rappresentata. Dove sono dunque i limiti di una fotografia?

Per questo la fotografia ci parla di una profondità che è distanza: oltre alla distanza-relazione con le cose rappresentate, la distanza-relazione con la presenza-assenza di ciò che non è rappresentato (perché fuori dall’inquadratura) e la distanza-relazione con la presenza-assenza di ciò che non è rappresentabile (perché è oltre il visibile).

Il soggetto può dunque scegliere se considerare la superficie visibile come illusione e barriera tra noi e il reale o al contrario come segno, messaggio, portale d’accesso a una realtà vastamente ignota e inconoscibile. Quest’ultima via condurrà a una forma di epoché, di sospensione del giudizio: non l’epoché dello scettico che nega tutto, ma quella di chi, confrontandosi con l’immenso oceano del non visto, accoglie in sé la possibilità di ogni impossibilità, nella speranza del divino.

(Settembre 2019)